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Bossetti, errore fatale in aula. La “strategia” di non chiedere in tempo il test del Dna

La difesa ha avuto tutto il tempo del mondo per chiedere incidente probatorio sul DNA durante le indagini preliminari…ma non l’ha mai fatto, nonostante (ricordo benissimo) sia stata più volte sollecitata pubblicamente da me e da altri esperti a presentare istanza…ma niente…la richiesta arriva all’udienza preliminare…quando era praticamente certo che non sarebbe mai stata accolta perché gli elementi per il rinvio a giudizio erano già molto abbondanti…l’indagine preliminare è la sede per chiedere questo genere di accertamenti, prima di sottoporre il proprio assistito a più di 40 udienze in primo grado e altre 5 in appello…e una, l’ultima, in Cassazione. E poi, che il profilo genetico sulle mutandine rosa di Yara sia di Bossetti,lo hanno confermato anche i due genetisti della difesa (Capra e Gino) in dibattimento…lo ha confermato anche il laboratorio privato di indagini genetiche a cui si è rivolta tutta la famiglia Bossetti dopo l’arresto di Massimo Bossetti(laboratorio che ha rivelato che anche il secondogenito non è figlio “biologico” di Giovanni Bossetti…ne’ di Guerinoni..abbiamo un altro padre “ignoto” in circolazione…sul punto solo Ester Arzuffi potrà fare chiarezza…). Insomma, il segreto di Pulcinella era stato svelato già da un pezzo. E la richiesta “tardiva” della perizia genetica ha tentato, invano, di trasformarlo in un caso di “giustizia negata” dal vago sapore complottista…per dirla come Totò: ma mi faccia il piacere!!!!

Roberta Bruzzone

Vi segnalo sul punto l’ottimo pezzo di Cristiana Lodi…

La linea di difesa

Bossetti, errore fatale in aula. La “strategia” di non chiedere in tempo il test del Dna

Manca il terzo grado di giudizio. Ergo, la presunzione di innocenza come principio giuridico scolpito nella Costituzione, resta in piedi anche per il carpentiere. Fino a prova contraria. Ma perché, ci si chiede, non concedergli la perizia sul Dna? Perché negare all’imputato l’ultima verifica sulla cosiddetta prova regina, come egli ha supplicato in aula prima che la Corte si ritirasse per scrivere il verdetto?

«Sarebbe stato l’unico modo per cancellare qualsiasi ombra», osserva lo stranito pensionato bergamasco in trasferta a Brescia per seguire il processo a Massimo Bossetti. «Troppo rischioso, diventerebbe impossibile tornare indietro» obietta un’avvocatessa fra il pubblico, «se a metà strada poi ci si accorgesse che la perizia, per chissà quale cavillo, non si può eseguire? Cosa si fa, non si condanna più?…». «Macché. Se un giudice è convinto non deve cambiare strada. I processi si allungano quando non ci sono elementi a sufficienza. E non si venga qui a dire che è la pressione mediatica a influire» ribatte il magistrato in borghese attraversando il corridoio del tribunale e pensando al collega che si è trovato nelle mani il destino dell’uomo sotto accusa.

Il pilastro sul quale si reggono l’inchiesta, il processo, la condanna e la verità sulla fine della bambina rapita e uccisa a settecento metri dalla sua casa di Brembate di Sopra (Bergamo). È tutto scritto in quella macchia impressa sulle mutandine e i pantaloni di Yara. Viene rintracciata e isolata dal Ris il 15 giugno 2011. Ed è la sostanza destinata a diventare la prova per eccellenza, proprio per la posizione in cui si trova: gli slip rosa della bambina. Non il polsino del giubbotto indossato per andare a scuola, all’oratorio, in trasferta con la squadra di ginnastica ritmica e dovunque. Col bus, in treno o in metropolitana. Quella macchia che contiene il sangue di Yara mischiato a quello di “Ignoto 1”, è la firma di chi ha ucciso. La scienza e l’accusa, senza che la difesa chieda tempestivamente (e quindi ottenga) di ripetere il test, ritengono appartenga a Massimo Bossetti. E che sia lui dunque ad avere accoltellato Yara, per violentarla senza però riuscirci e lasciandola morire di freddo e dolore nel campo incolto di Chignolo d’Isola. Quella macchia sugli slip, ha detto il procuratore generale Marco Martani nel chiedere la conferma dell’ergastolo (e l’isolamento per sei mesi), «è un profilo genetico talmente unico che la probabilità di trovarne un altro uguale è di una su 330 milioni di miliardi di pianeti, ciascuno abitato da 7 miliardi di persone». Una conclusione che la difesa non smonta attraverso la ripetizione immediata del test del Dna. Così Massimo Bossetti viene collocato sulla scena del delitto. E la stessa conclusione diventa la prova di colpevolezza. Il resto: dal suo furgone che passa sotto la palestra di Yara la sera in cui viene rapita alle celle telefoniche, fino all’alibi non proprio di ferro, sono indizi. Mentre per condannare servono prove. E il Dna attribuito all’imputato, per l’accusa e la Corte d’Assise, una prova lo è.

La difesa invece di chiedere subito di ripetere il test, cerca di smontare a proprio modo questa tesi. Prima insinua il dubbio che un falso Dna sia stato creato in laboratorio e accusa implicitamente forze di polizia e magistrati inquirenti. Poi contesta la presenza di un Dna mitocondriale (cioè senza il nucleo e perciò senza nome) sul corpo di Yara. Ancora: per dire che una traccia genetica non può resistere tre mesi alle intemperie (tanto è rimasta Yara nel campo prima che la trovassero) scomoda Peter Gill, luminare del Dna. Peccato, osserva l’accusa, che il super esperto (rispondendo a una mail) parli di Dna da “contatto”, mentre quello rimasto sulla bambina è da “versamento”. Perché non chiedere subito di rifare quel test? Serviva aspettare che lo implorasse l’imputato? A vuoto?

Fonte:Liberoquotidiano